Alla scoperta del mondo del corallo

Origini

Fino dalla preistoria l’uomo ha subito il fascino del corallo, probabilmente grazie al colore rosso che, associato al sangue, ne fa un simbolo di vita e un elemento di protezione contro la morte. E’ da sempre stato considerato un potente amuleto contro la malasorte ed ancora oggi si attribuisce il potere di allontanare malocchio e sfortuna al tradizionale corno di corallo napoletano.

Anello Corallo Donna

Secondo una remota leggenda, il corallo avrebbe avuto origine dal sangue della Gorgone Medusa a cui Perseo aveva reciso la testa, poi caduta su arbusti acquatici. Questi ultimi, a contatto con la mostruosa testa, ne avrebbero assorbito il rosso sangue e si sarebbero induriti.

Non vi sono certezze sull’etimologia del nome corallo, che secondo alcuni deriverebbe dal greco koraillon, “scheletro duro”, secondo altri dall’arabo garal o dall’ebraico goral, il nome delle pietre utilizzate per gli oracoli in diverse zone del Mediterraneo e del Medio Oriente, tra le quali figuravano appunto i coralli, all’epoca considerati minerali.

Oggetto di dispute, infatti, è sempre stata la classificazione di questa meravigliosa creatura dei mari come appartenente al regno minerale, vegetale o animale. Oggi sappiamo che con il nome corallo si indica lo scheletro di alcuni piccoli animaletti marini, ordine dei gorgonari, che vivono in colonie a forma di alberello ancorati al fondale dei mari temperati di media profondità.

Collana in corallo con fermatura a sfera in oro giallo

Varietà di corallo

Tante sono le varietà di corallo, ed alcune più di altre sono famose, apprezzate e ricercate.

Corallo rosso del Mediterraneo o corallo Sardegna – Corallium Rubrum

Il corallo rosso ha una colorazione uniforme, intensa e vivace che va dall’arancio al rosso scuro. Esso viene raccolto in tutto il bacino del Mediterraneo e nelle aree dell’Africa occidentale, vive ad una profondità tra i 30 e i 250 metri e generalmente si presenta in cespi di grandi dimensioni a forma di albero.

Corallo rosso Aka o Moro, o Sangue di bue, Oxblood Corallium Japonicum

Il suo nome scientifico, Corallium Japonicum, svela la sua origine giapponese. Il suo colore può variare dal rosso vivo al rosso scurissimo ed è molto difficile da lavorare a causa della sua struttura vitrea. Vive ad una profondità di 80-300 metri, ha un’anima longitudinale di colore bianco, presenta generalmente molti difetti e quando si riesce ad ottenere un pezzo senza imperfezioni, si è di fronte a un capolavoro di rara bellezza.

 

Bracciale a due fili di corallo rosso e oro

Corallo Cerasuolo o Momo Corallium Elatius

Viene raccolto in Giappone e nelle Filippine, ha dimensioni molto grandi e colori che vanno dal rosa carico al rosso vivo passando per il salmone e l’arancione. Questo corallo presenta come particolarità un’anima bianca longitudinale e vive tra i 150 e i 300 metri di profondità.

Corallo rosa orientale o Bokè o Peau d’ange (Pelle d’angelo) Corallium Secundum

Questo corallo vive nelle Isole del Giappone, Hainan, Formosa e nei pressi di Hong Kong ad una profondità di 200/300 metri ed ha un colore rosa carne di varie tonalità e intensità. E’ percorso da un’anima di calcare bianco accuratamente nascosta durante la lavorazione. Più il rosa è compatto, più il pezzo prodotto sarà raro. Vi sono stati periodi nei quali tale corallo veniva ritenuto di poco valore e non considerato (bokè in giapponese significa stupido, insignificante), mentre oggi è il più pregiato che esista.

Corallo Rosato o Midway

Il Midway è un corallo la cui colorazione va dal bianco al rosa punteggiato o venato rosso e deriva il suo nome dall’atollo anonimo del Pacifico dove solitamente viene pescato a 400-600 metri di profondità.

Ciondolo in oro giallo con rosa di corallo

 

Corallo Deep Sea

Il corallo deep sea può assumere tutte le tonalità, dal rosa chiaro al rosso vivace. Particolarmente vitreo, è molto brillante. Proviene dalle Hawaii ed è l’unico che si ritrova a profondità spiccate tra i 1000 e i 2000 metri.

La lavorazione

Lavorare il corallo richiede una professionalità non semplice da acquisire e sempre più rara da rintracciare, data da una grande esperienza oggi unita alla tecnologia proveniente dai paesi asiatici e che viene in supporto per potenza e precisione alla saggia mano artigiana.

Le tecniche di lavorazione del corallo sono sostanzialmente due: il liscio, che è quella impiegata più spesso per la lavorazione di monili e l’inciso, per la realizzazioni di opere più complesse. Esiste infine un’ulteriore lavorazione artistica che prevede l’utilizzo del corallo e di conchiglie: la lavorazione a cammeo, che richiede una maestria ancor maggiore rispetto alle precedenti ed attraverso la quale un abile incisore incide la materia sino a realizzare una minuscola e perfetta scultura.

Orecchini con volto di donna in corallo e cappello in oro

 

Sitografia:

storeliverino.com

candidooperti.it

blogdeipreziosi.it

palombacoralli.it

In forma di perle d’Oriente

ritorneranno

le liquide stille di lacrime

da te versate

 

Omero, Odissea

Le perle: storia, varietà e loro cura e pulizia

Storia

Perla deriva dal latino “perna” che significa conchiglia, così chiamata da Plinio Il Vecchio nel suo unico scritto “Historia Naturalis” riferendosi ad una conchiglia del Mar Nero. Molta importanza avevano le perle in tutte le grandi civiltà e molti testi antichi parlano delle perle. Tuttavia l’interesse verso i diamanti costituì un motivo fondamentale della crisi del mercato delle perle in gioielleria, specialmente con la scoperta dei  giacimenti in Brasile intorno al 1725. Inoltre nello stesso periodo si esaurirono alcune importanti fonti di molluschi perliferi. Questa serie di problemi verrà definitivamente superata all’inizio del 1920 con l’avvento delle perle coltivate e l’affinamento delle tecniche di allevamento dei molluschi e dopo la seconda guerra mondiale le perle coltivate domineranno i mercati.

Origine

Secondo un’antica e poetica tradizione popolare, le perle sarebbero il frutto della fecondazione delle ostriche ad opera di una goccia di rugiada penetrata nelle loro valve durante una notte di plenilunio. In realtà, la perla naturale nasce dall’ostrica per un processo di reazione ad un elemento esterno (un granello si sabbia, un frammento di conchiglia, un minuscolo pezzo di corallo) inseritosi casualmente fra le sue valve. Si genera così un’irritazione della membrana che attiva un processo immunitario spontaneo atto a ricoprire il corpo estraneo di una sostanza organica chiamata nacre, un calmante composto di microscopici cristalli di carbonato di calcio, che dà origine alla stratificazione perlifera (la perla sarà generata in 8-10 anni). Le perle naturali sono pochissime e rarissime, basti pensare che per trovare una perla naturale bisogna aprire almeno 15.000 ostriche, fra l’altro attualmente protette dalla “pesca selvaggia”.

Da quasi cento anni l’alternativa è stata trovata nelle perle coltivate – o perle di coltura – , che nascono dall’ostrica in seguito ad un intervento umano. Si tratta di un complicato processo di innesto con il quale un frammento di tessuto di mantello di un mollusco viene inserito nel corpo vivo dell’ostrica perlifera, accompagnato o meno da un minuscolo nucleo rigido attorno al quale il mollusco sviluppa spontaneamente gli strati madreperlacei. Le ostriche così trattate vengono controllate costantemente per molti anni. E’ un’operazione che richiede una grandissima abilità e si tratta di un vero e proprio intervento chirurgico a cui vengono sottoposte le ostriche dopo il terzo anno di vita. E’ grazie a questo meticoloso e lungo procedimento che le ostriche perlifere si sono potute sviluppare in maniera esponenziale, riducendo i costi e rendendo le perle accessibili ad un grande numero di persone in ogni parte del mondo. L’idea di introdurre nella conchiglia un corpuscolo irritante è della fine del secolo scorso e va attribuita a Kokichi Mikimoto, il quale intuì anche che la lucentezza della perla dipende dallo spessore degli strati madreperlacei e dalla loro omogeneità e come la dimensione sia legata soprattutto al fattore tempo: più a lungo è coltivata (e si parla di alcuni anni) a temperatura costante (18-24 gradi) in zone protette, maggiori sono le probabilità che la perla acquisti una grandezza ragguardevole. Le ostriche vengono controllate costantemente per molti anni.

Altra cosa sono invece le perle sintetiche o artificiali, prodotte in laboratorio con varie sostanze.

Varietà di perle coltivate

Delle migliaia di varietà di ostriche esistenti solo una trentina sono da considerarsi vere ostriche perlifere.

Collana in oro bianco con perla e brillante

PERLE AKOYA

Le perle coltivate giapponesi sono prodotte dall’ostrica perlifera della varietà “Pinctada Fucata Martensi” chiamata comunemente “Ostrica  Akoya”, dalla parola giapponese “akoya-gai” usata originariamente da Mikimoto per designare le perle di acqua salata. Questo mollusco viene coltivato principalmente in Giappone, Cina e Vietnam, anche se il suo habitat si estende a tutti i mari tropicali.

Le perle Akoya crescono tipicamente in un periodo che può andare da otto mesi a due anni all’interno di un’ostrica in cui siano state inserite nella maggior parte dei casi due sferette di madreperla e misurano di solito da 2 a 10 millimetri di diametro.

Circa un’ostrica su cinque produce una perla e solo una piccola frazione delle perle così ottenute è di qualità gemmifera (gem quality). Le ostriche Akoya muoiono dopo che vengono raccolte le perle.

Generalmente bianche o avorio/crema, con riflessi di colore rosa o argento, sono di solito perfettamente rotonde o quasi e rinomate per la loro eccellente luminosità, sono considerate le perle più classiche.

PERLE AUSTRALIANE O DEI MARI DEL SUD

Le perle del Mare del Sud “Pinctada Maxima” sono coltivate tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico, principalmente in Australia ed in Birmania, ma anche in Indonesia, Filippine, Papuasia e Nuova Guinea e lo sfruttamento dei banchi perliferi ebbe inizio nel 1956 con la stipula di un accordo tra i rappresentanti di Australia, Stati Uniti e Giappone che diede vita alla Pearls Pty Ltd, la prima compagnia che iniziò la coltivazione delle perle nella baia di Kuri.

Crescono tipicamente in un periodo che va dai due mesi ai sei anni e tollerano l’innesto di un solo nucleo per volta per 2-3 volte nel corso di diversi anni. La loro prima caratteristica è la grandezza: le perle australiane sono le più grandi perle coltivate nel mondo e misurano in media dai 9 ai 16 millimetri di diametro, ma possono raggiungere anche i 20 millimetri.  Un risultato possibile grazie ad una fortunata combinazione di fattori quali la dimensione dell’ostrica, la dimensione del nucleo che viene inserito, il lasso di tempo in cui le perle vengono lasciate nelle ostriche, le perfette condizioni ambientali (fra cui acque non inquinate e maree molto alte), il rigido controllo del governo, l’impegno nella ricerca e nello sviluppo, nonché lo spirito appassionato degli australiani verso questa gemma.

Fino ad oggi non si è riusciti ad ottenere la riproduzione artificiale di tali ostriche, pertanto le perle che ne derivano sono estremamente costose.

Le perle australiane sono famose per il loro colore bianco, argentato e dorato (dalla varietà di Pinctada Maxima a labbra argentate o a labbra dorate) e solamente una piccola percentuale di esse è perfettamente rotonda.

PERLE NERE O DI TAHITI

Le perle di Tahiti “Pinctada Margaritifera” (ostriche a labbra nere) derivano il nome dall’isola tropicale della Polinesia francese e le coltivazioni delle perle di Tahiti si estendono da est nelle isole Gambier dell’arcipelago della Polinesia Francese fino a ovest nelle isole della Micronesia.

Queste richiedono una crescita che va dai quattro ai cinque anni ed ospitano solo un nucleo per volta anche più volte. Questa ostrica è di grande dimensione e può raggiungere, anche se in rari casi, i 30 cm di lunghezza per un peso massimo di 5 chili. Le grandi dimensioni consentono a questa ostrica di produrre perle di diametri elevati: dagli 8 ai 16 millimetri. A tal proposito, la più grande perla sinora raccolta è conservata al museo di Papeete e misura 24 millimetri.

Le perle di Tahiti, la cui coltivazione è iniziata in tempi recenti (dal 1960), sono uniche per il loro colore nero naturale con tinte che vanno dal grigio, argento, al verde con fantastici riflessi verde pavone, bronzo, argento, rosa, melanzana ed altri.

PERLE DI ACQUA DOLCE O PERLE PIENA PERLAGIONE

Le perle di acqua dolce “Hyriopsis Cuingii” sono in diversi colori e forme e la Cina è l’indiscusso leader mondiale nella produzione di queste perle.

La loro più importante caratteristica è dovuta al fatto che non hanno nucleo e che, pertanto, sono composte interamente di madreperla. Una volta innestato con un lembo di tessuto estraneo, un singolo mollusco può produrre fino a cinquanta perle

Oggi, le perle d’acqua dolce possono eguagliare la qualità delle perle d’acqua di mare con una brillantezza simile alle perle d’acqua salata, con un diametro che, seppur raramente, può raggiungere i 16mm.

I magnifici colori naturali delle perle d’acqua dolce permettono inoltre di creare gioielli con molte perle, anche di grande dimensione e a prezzi maggiormente accessibili.

Le caratteristiche tenute in considerazione nella classificazione delle perle coltivate sono le seguenti:

  • QUALITA’: viene fissata a partire dall’osservazione delle particolarità di superficie della perla, ossia di qualsiasi alterazione dello strato perlifero visibile ad occhio nudo: punture, rughe, depositi, righe ed escrescenze. Più la perla è pulita, più è pregiata.
  • LUCENTEZZA: è la combinazione di lucentezza e traslucidità. Una perla coltivata di qualità dovrebbe essere brillante ed avere quindi un’intensa luminosità (un aspetto vellutato, un’oriente scintillante, e un buon grado di iridescenza). Una perla opaca, pallida o gessosa è di bassa qualità ed ha una scarsa brillantezza. Nelle perle coltivate la lucentezza è data dal grado di perlagione, così un maggior spessore determina una maggiore lucentezza oltre che una durata superiore delle perle.
  • COLORE: le perle coltivate hanno diversi colori (di base una decina, accompagnati da un’infinita gamma di sfumature tra una tinta e l’altra) dal bianco al rosato al nero ed essi sono determinati dal pigmento presente nelle valve dell’ostrica produttrice.  La preferenza del colore è un fatto soggettivo, non costituendo un fattore fondamentale per la selezione del prodotto anche se alcune colorazioni sono più pregiate di altre, ad esempio le perle South Sea dorate (perle Gold) e le perle Tahiti color pavone (perle Peacock) sono decisamente ricercate e preziose.
  • DIMENSIONE: le perle coltivate vengono misurate in millimetri in base al diametro. Possono essere inferiori ad un millimetro, nel caso delle perle più piccole, o arrivare fino a 20 millimetri, nel caso delle grandi perle dei Mari del Sud. A parità di tutti gli altri elementi, più una perla è grande, più alto è il suo valore commerciale.
  • FORMA: le perle di coltura presentano innumerevoli forme, commercialmente suddivise in regolari (sferiche, semi-sferiche, a bottone, a goccia, ovali) ed irregolari (barocche e cerchiate). Poiché le perle coltivate vengono prodotte da ostriche allo stato naturale, è rarissimo trovare un esemplare perfettamente sferico. Tuttavia, quanto più una perla è simmetrica, tanto più è pregiata.

Cura e pulizia delle perle

Le perle richiedono una particolare attenzione per mantenere tutta la loro bellezza e durare nel tempo. La durata media della vita di una collana di perle di buona qualità è di due secoli, ma vi sono tanti esemplari che risalgono a diversi secoli fa.

La cosa migliore è indossare regolarmente le perle ed eseguire una giusta manutenzione data da una combinazione di fattori: idratazione, lontananza dalle sostanze nocive, pulizia, corretta conservazione.

IDRATAZIONE

Uno dei principali pericoli per le perle è che si asciughino: una perla contiene il 4% di acqua, e per questo rischia di seccare diventando opaca e morendo. La loro origine organica (le perle “respirano”) e l’habitat (ambiente acquatico) in cui hanno avuto origine, rendono necessaria una certa condizione di umidità ed una temperatura moderata e costante. Indossando regolarmente le proprie perle, l’umidità della pelle favorirà il loro splendore.

LONTANANZA DALLE SOSTANZE NOCIVE

Il delicato equilibrio organico delle perle può essere influenzato da qualsiasi sostanza chimica presente sulla pelle o caduta accidentalmente su di esse.

Per evitare i danni dell’accumulo di possibili sostanze sulla loro superficie, ogni volta che le perle vengono adoperate vanno strofinate con un panno morbido (una pelle scamosciata per occhiali o un panno da gioielliere in cotone, velluto o pelle di daino) leggermente inumidito con acqua minerale o deionizzata ed in caso di sporcizia dovrà essere applicato un sapone neutro il più delicatamente possibile con le mani (le perle si possono graffiare molto facilmente).

Devono essere evitati tutti i prodotti con Ph acido, i cosmetici, i profumi, i prodotti per capelli ed i saponi. In caso di assunzione di antibiotici è sconsigliato indossare le perle ed è sconsigliato anche il contatto con l’acqua calda.

PULIZIA

I gioielli con perle annodate possono essere trattati una volta all’anno, mentre quelli con perle non annodate possono essere lavati una volta al mese con acqua tiepida e sapone neutro, come indicato sopra.

CONSERVAZIONE DELLE PERLE

Le perle non devono mai essere conservate insieme ad altri gioielli, per evitare graffi o scalfiture e ciascun gioiello con perle deve essere avvolto separatamente in un panno morbido o in sacchetti di velluto. Inoltre, le perle non devono mai essere conservate in ambienti a tenuta stagna quali sacchetti di plastica ermetici. Se devono essere conservate in una cassaforte, si raccomanda di introdurre una bacinella con acqua per garantirne una corretta idratazione.

Orecchini pendenti con perle barocche e rubini in argento

 

Sitografia:

juwelo.it

web.tiscali.it/gioielleriaparadise

mayumi.it

netperla.com

gioiellis.com

 

Il diamante

Storia

Il diamante era conosciuto sin dal 3.000 a.C. in Oriente e in Occidente fece la sua comparsa solo dopo il periodo successivo alle spedizioni di Alessandro Magno e grazie ad esse.

L’origine del termine diamante deriva dal greco “adamas”, ovvero indomabile, probabilmente perché gli antichi non conoscevano una materia tanto dura da intaccarlo, lavorarlo o distruggerlo.

I miti e le leggende su questa pietra sono davvero molti e si sono succeduti insieme ai popoli che ne sono venuti in contatto: gli antichi greci credevano che i diamanti fossero frammenti di stelle caduti sulla terra, altri popoli li consideravano le lacrime degli Dei, altri ancora ritenevano che il fuoco del diamante riflettesse la costante fiamma dell’amore eterno, mentre gli antichi romani attribuivano a questa pietra poteri di protezione da malattie e brutti sogni.

Verso la fine del XIV secolo venne realizzato il taglio brillante, che segnò l’inizio dell’utilizzo dei diamanti nella montatura degli anelli. L’inalterabilità del diamante, inoltre, fece acquisire un altro significato simbolico a questa pietra: fedeltà matrimoniale e eternità del legame amoroso, facendolo divenire il dono d’amore per eccellenza.

Nei secoli sono stati diversi i riferimenti di letterati e persone di cultura ai diamanti: già nel I secolo d.C. se ne fa menzione nella “Naturalis Historia” di Plinio il Vecchio, che considera il diamante la pietra più preziosa e più dura esistente. Per questa ragione possedere un diamante all’epoca assume un significato simbolico importante di potere sulla materia stessa e di capacità di allontanare i mali per la sua incorruttibilità.

I diamanti divennero noti soprattutto nel XIX secolo, che coincise con il progressivo miglioramento del taglio della gemma. Solo nel 1813, grazie ad un esperimento di Humpry Davy, che concentrò con una lente i raggi del sole in un diamante grezzo causandone la combustione, si poté dimostrare la sua composizione chimica di carbonio. Il diamante, infatti, è un cristallo composto da atomi di carbonio che si sono aggregati in una struttura tetraedrica. Tra le caratteristiche più importanti si può menzionare il punto di fusione che è di 3820 gradi Kelvin, e l’indice di dispersione ottica, nonché la durezza, che nella scala di Mohs è pari a 10. Il diamante infatti è la pietra più dura sulla terra e può scalfire tutti gli altri minerali ma può essere scalfito solo da un altro diamante.

Si pensa che i diamanti siano stati inizialmente riconosciuti ed estratti in India, mentre solo nel 1.725 in Brasile furono trovati i primi diamanti, provenienti dal Sud America. Il primo ritrovamento in Sudafrica avvenne invece nel 1867, nei pressi delle sorgenti del fiume Orange e questo paese divenne il principale centro mondiale per la produzione della preziosissima gemma. Attualmente le principali nazioni produttrici di diamanti sono: l’Australia, lo Zaire, il Botswuana, il Sudafrica, la Russia, l’Angolia e il Canada.

Ad Anversa hanno sede IGI (International Gemological Institute) e HRD (Hoge Raad voor Diamant), i due più prestigiosi istituti Europei per la certificazione del diamante. Anche GIA, il prestigioso certificatore Americano ha recentemente aperto un ufficio operativo ad Anversa.

Anatomia

anatomia-diamante-nemesi-gioielli

Ogni diamante ha caratteristiche uniche di proprietà e di proporzioni.

  • Tavola: è la faccetta piana più grande, che si trova alla sommità del diamante
  • Corona: nella parte alta, la corona si trova fra la tavola e la cintura.
  • Cintura: la cintura è il punto in cui si incontrano la corona e il padiglione.
  • Padiglione: nella parte inferiore, il padiglione è la parte compresa tra la cintura e l’apice.
  • Profondità: la profondità è rappresentata dall’altezza totale di un diamante misurata dalla tavola all’apice.
  • Apice: è la punta all’estremità inferiore di una pietra

Le 4 C

Il costo di un diamante e la sua pregevolezza dipendono da una serie di caratteristiche che ne denotano il brillio e che sono raggruppate in 4 categorie dette 4 C:

Cut =  Taglio

Descrive finitura, proporzioni e lucidatura; questi fattori determinano la brillantezza del diamante. Il taglio ideale deve essere rotodo (taglio a brillante appunto) o a principessa e deve avere ottimi gradi di purezza e simmetria. Il diamante True Hearts ha un taglio rotondo o a principessa che mostra un pattern di frecce e cuori simmentricamente perfetto, così da massimizzare il fuoco, la brillantezza e la dispersione della luce del diamante

Color = Colore

Dal bianco al giallo, i diamanti ricevono una classificazioe per la quantità di colore che contengono, si va dalla D alla Z.

Clarity = Purezza

Descrive la purezza del diamante. E’ assegnato un grado che va da “F” per un diamante senza inclusioni a “I” per un diamante con diverse inclusioni.

Carat Weight = Peso in carati

I Carati si riferiscono al peso del diamante. Più è alto il carato più il diamante è costoso, tuttavia anche le altre caratteristiche hanno un’ultima parola sul prezzo finale.

TAGLIO (CUT)

Per un buon acquisto il taglio di un diamante è estremamente importante, perché rappresentala capacità di una pietra di riflettere in modo ottimale la luce e ne determina quindi la brillantezza e la lucentezza.

Il taglio è ben fatto se il diamante riflette la luce al suo interno da una faccetta all’altra e la luce si disperde poi dalla sommità della pietra, facendone emergere lo splendore. Se un diamante è tagliato troppo profondo o troppo poco profondo, la luce si disperderà invece dai lati o dalla base, riducendone la luminosità e di conseguenza anche il suo valore.

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Il taglio di un diamante indica la qualità di posizionamento e proporzionamento delle varie faccette.

I principali laboratori di certificazione classificano il taglio in un giudizio sintetico e comune con 5 diversi gradi:

  • Excellent (Eccellente)
  • Very Good (Molto Buono)
  • Good (Buono)
  • Fair (discreto)
  • Poor (Scarso)

FORMA

Quando si parla di taglio si fa riferimento anche alla forma. Rotonda, quadrata, a goccia o a cuore sono alcune tra quelle più diffuse.

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Spesso viene confuso il taglio con la forma, ma i due termini hanno in realtà significati molto diversi, ad esempio il termine “diamante taglio a principessa” si riferisce alla forma del diamante e non al taglio come categoria delle 4C. La forma più nota e diffusa è il cosiddetto “taglio brillante“, ovvero il classico taglio tondo con padiglione appuntito, ma esistono molte altre forme originali e di grande effetto.

TAGLIO IDEALE

Il termine taglio ideale è stato coniato nel 1900 dal tagliatore di diamanti belga Marcel Tolkowsky.

Un diamante ideale riflette tutta la luce che entra al suo interno ed è usato come riferimento per catalogare gli altri diamanti. In America le proporzioni di taglio ideale sono determinate dall’American Gem Society Laboratory (AGSL), ma differenti paesi e compagnie basano la loro idea di taglio ideale su diversi standard.

Un diamante True Hearts è il vero diamante dal taglio ideale perfetto: meno del 1% dei diamanti nel mondo possiede una perfetta simmetria interna e le proporzioni necessarie per essere definito come “True Hearts”.

Si riconosce per la geometria intera chiara e perfetta: dal basso si possono notare 8 cuori disposti circolarmente, mentre dall’alto sembra quasi di guardare una bussola (8 frecce).

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COLORE (COLOR)

In linea generale, nei diamanti bianchi quanto più un diamante si avvicina alla totale assenza di colore, tanto più diventa raro e prezioso, per cui eventuali riflessi di colore (in genere giallo) vengono considerati difetti. L’esatto contrario accade per i diamanti fancy in cui è auspicabile che la colorazione sia il più marcata e vivida possibile.

Determinare il grado di colore di un diamante è quindi un’operazione importante che viene ancora svolta con metodi tradizionali usando delle pietre di riferimento dette pietre di paragone, che vengono accostate al diamante da verificare in appositi cartoncini bianchi ed il grado di colore viene determinato per confronto diretto.

Si riscontrano più di venti lievi tonalità di colore classificati secondo una scala alfabetica ideata dalla GIA (Gemmological Institute of America) che va dalla D (perfettamente incolore) alla Z (sfumatura di colore gialla o bruna molto chiara) ed è divisa in 5 macro categorie (colorless, near colorless, faint, very light and light).

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  • D-E Bianco extra eccezionale
  • F-G Bianco Extra
  • H Bianco
  • I-J Bianco sfumato
  • K-L Bianco leggermente colorito
  • M-Z Colorito
  • Z+ Fancy color

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Vediamone alcuni più in dettaglio

Diamanti perfettamente incolori (D-F):

Sono i più rari e preziosi. Nelle pietre con valutazione D-E la quantità di colore non è percettibile mentre dalla F l’occhio esperto ne può notare una minuscola quantità.

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Quasi incolori (G-J):

Presentano una minima traccia di colore, visibile soprattutto all’occhio di un gemmologo.

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Colore tenue (K):

I diamanti di questa categoria presentano un cenno visibile di colore ma rimangono una validissima opzione.

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Colore Fancy

Per i diamanti con colore fancy si usano criteri di valutazione differenti: quando il colore è raro e intenso il diamante acquista valore enorme.

Anche il mondo dello spettacolo ha molto influito nel rivalutare questi diamanti: il prezzo dei diamanti rosa è schizzato alle stelle dopo che Jennifer Lopez ne ha ricevuto uno come regalo di fidanzamento!

 

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PUREZZA (CLARITY)

Diamanti completamente puri, quindi privi di imperfezioni di qualsiasi tipo se osservati alla lente a 10 ingrandimenti o al microscopio, sono abbastanza rari e per questo molto pregiati. Questi diamanti, denominati Internally Flawless sono in genere destinati al mercato dei diamanti da investimento e raramente vengono montati in gioielli.

Molto più spesso invece i diamanti usati in gioielleria recano al loro interno alcune minuscole inclusioni ed il diamante è tanto più prezioso, quanto queste inclusioni sono piccole ed invisibili ad occhio nudo.

Cosa sono le inclusioni? Sono minuscoli segni all’interno del diamante prodotti da tracce di minerali o cristalli di diversa natura rimasti imprigionati durante il processo di cristallizzazione. Sono come delle impronte identificative e sono dovuti al fatto che i diamanti si formano a temperature e pressioni elevatissime.

Il corretto grado di purezza viene attribuito, da un occhio esperto, con una lente a 10 ingrandimenti e in condizioni di luce standardizzata. Il numero, il tipo, il colore, la dimensione e la posizione di queste inclusioni determinano poi il valore della pietra. Diamanti di uguale peso e colore possono presentare ampie differenze di prezzo a seconda della loro purezza.

La scala di purezza è composta da 11 gradi:

  • IF internally flawless – PURO alla lente 10x
  • VVS1-VVS2 very very slightly included
  • VS1-VS2 very slightly included
  • SI1-SI2-SI3 slightly included
  • P1-P2-P3 included

Diamanti con grado di purezza VS1 o superiore sono sempre visibilmente puliti. I VS2, SI1 o SI2 hanno un ottimo range di purezza e non sono troppo costosi.

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PESO IN CARATI (CARAT)

Quando si parla di carato ci si riferisce all’unità di misura del diamante e, al contempo, anche al suo peso. Un carato equivale a 0.20 grammi, e al di sotto di esso si parla di “centesimi” o, in termini più tecnici, di “punti”. Per intenderci, un diamante da mezzo carato è quindi un diamante da 50 centesimi o 50 punti.

Il carato come unità di misura venne definito con precisione soltanto nel 1832, in Sudafrica utilizzando una bilancia a braccia uguali con semi di carruba, termine dal quale deriva il nome “carato”. Eseguendo la media aritmetica dei risultati ottenuti, fu definito il valore approssimativo di circa 0.2 grammi. Da qui 1 carato equivale a 0.20 grammi.

Il carato inteso come peso di una gemma viene abbreviato in ct.

I diamanti grandi sono poco diffusi in natura, dunque hanno prezzi molto alti. Ad esempio un diamante da un carato costa più di due diamanti da mezzo carato di pari colore, purezza e taglio.

caratidiamanti

 

 

Sitografia:

www.jamesallen.com

yourdiamondteacher.com/diamond-4cs/diamond-color-vs-clarity/

www.diamonds.pro/fancy-color-diamonds/

www.passiondiamond.it/la-storia-del-diamante/

www.worlddiamondgroup.com/it/storia-del-diamante.html

www.realdiamondinvest.it/le-certificazioni/il-diamante-e-la-sua-storia/

 

Altri articoli su pietre e diamanti dal nostro blog:

www.nemesigioielli.it/diamante-brillante-zircone-guida-alle-differenze/

www.nemesigioielli.it/pulizia-diamanti/

www.nemesigioielli.it/come-riconoscere-le-pietre-preziose/

Cosa è la placcatura vermeil?

L’oro vermeil, o soltanto vermeil, è un termine usato per riferirsi a gioielli o altri articoli fatti di argento e placcati con uno strato sottile di oro. Per il vermeil vi sono delle regole da rispettare: il pezzo deve esser ricoperto di oro ad almeno 10 carati e dello spessore di almeno 2 micron e mezzo. Vi sono inoltre diverse qualità; la migliore è la placcatura vermeil con oro zecchino.

La parola vermeil viene dal latino vermis, che significa cocciniglia e fa riferimento al colore scarlatto prodotto da questo insetto.

L’aggiunta di un sottile strato d’oro agli oggetti in argento è conosciuta sin dall’antichità: la piega o martellamento di foglie d’oro su una base d’argento viene addirittura menzionata nell’Odissea di Omero.

Quando questa lavorazione venne introdotta in Francia, alla metà del Settecento, essa veniva effettuata tramite una doratura a fuoco (si copriva l’oggetto con un amalgama di oro e mercurio. Quando il mercurio evaporava lasciava sull’oggetto un deposito d’oro). Attualmente, il metodo utilizzato per la placcatura è l’elettrolisi, molto più sicura della doratura a fuoco al mercurio e con risultato identico. Con l’elettrolisi, al passaggio della corrente nella soluzione elettrolitica l’oro si deposita sull’oggetto d’argento.

Essendo più costoso dell’argento, il vermeil è un materiale usato per realizzare oggetti di pregio e data la sua resistenza consente di evitare i problemi legati all’ossidazione ed agli attriti.

Conchiglia tonda in argento Brandimarte

Conchiglia tonda in argento Brandimarte

Il taglio è l’operazione molto delicata e difficile che modifica la forma grezza di una pietra, ne facilita l’incastonatura e ne valorizza lucentezza e colore.

Quando ci troviamo di fronte a diamanti o altre pietre preziose con taglio a rosa o rosetta, non possiamo che rimanerne affascinati anche se sovente non sappiamo il lavoro che c’è dietro.

Taglio a rosetta

Anticamente erano soprattutto i diamanti ad essere tagliati a rosa, dato che molti preferivano questo taglio elegante ai primi, grossolani tagli a brillante, ma oggi solo pochissimi diamanti vengono tagliati in questo modo essendo questo taglio riservato soprattutto a quelli di modesto spessore o per i quali si teme una eccessiva perdita di peso con con il taglio a brillante.

Si può dire, in un certo senso, che il taglio a rosa derivi dal taglio a cabochon o, meglio, che ne sia lo sviluppo. In base alla tipologia di reticolo cristallino di una gemma preziosa, nei secoli i maestri tagliatori hanno studiato dei tagli ideali specifici ed in tempi antichi si cercava di migliorare la pietra grezza togliendole le asperità e donandole l’aspetto della pietra a cabochon; in tempi successivi, nel tentativo di valorizzarla ulteriormente, si cominciò a creare delle zone piatte (faccette) sulla sua superficie arrotondata ed ha così preso vita il taglio a rosa.

Il taglio a rosetta o mezza rosa (variante del taglio a rosa, ma con un numero inferiore di faccette) era praticato nel XVII e XVIII secolo e si riconosce per il fondo piatto. In esso la pietra è costituita da una piramide o corona con un numero vario di facce soltanto in superficie, ma limitata inferiormente da una larga faccia basale in quanto il padiglione in esso è piatto.

Per far brillare la pietra, la si monta solitamente su di un castone chiuso nel quale si inserisce una lamina d’oro.

Ricordiamo tra i più noti il taglio a Rosa d’Olanda con 24 + 1 faccette, il taglio a Rosetta a 6 + 1 faccette ed il taglio a Rosetta a 3 + 1 faccette, usate per lo più nei modelli a stile antico.

Fa eccezione il taglio a Doppia Rosa d’Olanda (24 + 24) faccette, che ha la corona ed il padiglione entrambi sfaccettati.

Nell’Inghilterra del ‘700 vi era una grande richiesta da parte della media borghesia di oggetti con costi inferiori all’argento puro. Nacque così a Sheffield, nel 1747, ad opera dell’argentiere Thomas Boulsover l’argento sheffield consistente lastre di rame e di argento sovrapposte e saldate mediante l’azione del calore. La lastra così ottenuta poteva essere lavorata come se fosse una lastra d’argento realizzando oggetti di alta qualità artistica.

Dalle prime produzioni più semplici del 1763 si passò rapidamente ad oggetti sempre più complicati nella loro realizzazione ed il materiale si diffuse rapidamente tanto da diventare un fenomeno sociale.

Il parlamento inglese sentì pertanto l’esigenza, nel 1784, di regolamentarne la produzione introducendo l’obbligo di una punzonatura che ne identificasse tra l’altro il produttore. A tale punzonatura, hallmarks, oggi si fa riferimento per individuare produttore, tipo di trattamento ed epoca di lavorazione dell’argento.

Vi era però un problema di adattabilità a contenere cibi e bevande per via delle parti scoperte in rame e fu un altro imprenditore, Matthew Boulton (1728-1809), a risolvere il problema inserendo due lastre di argento con la lastra di rame al centro, aggiungendo inoltre nei punti di maggior attrito un’ulteriore lamina di argento.

I prodotti risultavano così di grande qualità, stile e accuratezza pari a quelli di argento e difficilmente distinguibili da essi.

Per tali e tanti motivi lo sheffield ebbe una grande diffusione presso tutte le classi sociali dai piccoli borghesi ai ricchi signori e gli stessi nobili non lo disdegnavano.

Nel 1840 però tutto mutò con l’invenzione del bagno galvanico, il bagno d’argento, che si sostituì alle lamine in argento e nacque così lo sheffield moderno: il silver plated chiamato allora electroplating. Il metallo su cui si applica ancora oggi tale metodo è un ottone ad alta percentuale di rame.

Fonti:
https://www.rischiocalcolato.it/blogosfera/largento-sheffield-59758.html
http://www.royalfamilysheffield.com/Sheffield.e33

Oro alla Patria fu una manifestazione nazionale organizzata dal regime fascista, avvenuta il 18 dicembre 1935 durante la quale gli italiani furono chiamati a donare oro alla Patria.

La Società delle Nazioni condannò l’aggressione del Regno d’Italia all’Etiopia e deliberò sanzioni che fecero esplodere il risentimento dei cittadini italiani. Nacque così la campagna “Oro alla Patria” ed il 18 dicembre fu proclamata la Giornata della Fede, in cui le coppie italiane, e in primo luogo le donne, furono invitate a consegnare le proprie fedi nuziali al fine di sostenere le necessità economiche dell’Italia in guerra e far fronte alle difficoltà delle sanzioni.

La prima a donare la propria fede fu la regina Elena di Savoia, alla quale seguirono varie figure illustri (molti personaggi autorevoli del tempo, anche chi non appoggiava il regime, descrivono la cerimonia come la massima espressione patriottica di massa italiana di tutti i tempi).

Coloro che donarono la propria fede ricevettero in cambio un attestato di benemerenza (si veda come esempio il presente Attestato di donazione) ed una vera di ferro con incisa la dicitura ORO ALLA PATRIA – 18 NOV.XIV, giorno dell’entrata in vigore in Italia delle sanzioni economche e XIV anno dell’Era Fascista.

Su queste ricevute ed anche sulla tipologia delle fedi c’è molta varietà, perché ogni zona aveva le proprie. Qui di seguito, le immagini di alcune fedi in vendita presso Nèmesi Gioielli, con inciso un fascio littorio di fianco alla scritta (pare che la presenza del fascio venisse apposta se chi donava la fede era vedovo/a).

 

 

 

 

 

 

 

 

Per una dettagliata descrizione dei tipi di fedi ed attestati, corredata di fotografie, vi  consigliamo il seguente articolo 18 Dicembre 1935 – Anello Oro alla patria, mentre per una lettura più approfondita di tale manifestazione in tutti i suoi aspetti, vi invitiamo a cliccare il presente link.

Furono raccolte complessivamente 37 tonnellate d’oro e 115 d’argento inviate alla Zecca dello Stato come patrimonio nazionale.

Due damigiane piene di fedi d’oro furono poi trovate il 27 aprile 1945 dalla 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici” tra le ricchezze dei gerarchi fascisti in fuga con Mussolini.